"Vorrei averlo fatto" di Bronnie Ware - I rimpianti più grandi di chi sta per morire

 


Bronnie è una giovane donna che rifiuta convenzioni e aspettative, scegliendo un’esistenza nomade in cui lavora solo quanto basta per sovvenzionare la sua arte. C’è solo lei e la sua utilitaria, il suo “chicco di riso”, dove impila la propria vita in tre scatoloni e parte di slancio verso la prossima avventura, il prossimo rifugio da raggiungere. Non paga l’affitto, perché si mantiene facendo da house-sitter o badante convivente a periodi alterni. La libertà è una delle sue forze motrici più grandi. Ma impara che essa ha un prezzo non indifferente.

La spensieratezza si sussegue a uno stato di inevitabile prostrazione, conseguenza dell’assoluta precarietà, in bilico tra l’ispirazione creativa e la voglia di stare al mondo a modo proprio, lontana dalle catene della vita materiale, da ogni sorta d’imposizione sociale e condizionamento passato nocivo. Non è fatta per vivere secondo mode cittadine o ritmi sfrenati, lei. Da dama di compagnia per persone anziane, la vita la chiama sulla strada dell’assistenza domiciliare e si ritrova ad accompagnare i malati terminali sino al loro tramonto, al loro ultimo respiro.

Seduta al capezzale di queste creature al confine, nel suo ruolo di assistente, fa tesoro della loro profonda saggezza. Queste povere persone vivono le giornate con la morte sulla soglia, rimuginando sulla vita che hanno condotto; e l’autrice racconta ogni tappa del viaggio con intensità emotiva e una voce amorevole, dolce. Perché lei è genuinamente buona, ha l’altruismo nel sangue, un’etica del lavoro encomiabile e una devozione ai propri clienti senza eguali. Tratta ogni persona davvero caramente, tanto che tutti creano con lei un legame sacro. Pur essendo un mondo che insieme arricchisce e prosciuga, a livello interiore offre doni troppo grandi per lasciarlo andare. Accumula tantissima gioia in quell’ambito negli anni a venire. Si rende presto conto che, in chi sta per morire, dai recessi dell’anima affiora sempre un terribile rimpianto, un tormento implacabile.

Ogni casa era come una classe diversa, con nuove lezioni da imparare o prospettive differenti da cui guardare le situazioni”.

È un’opera che scuote e risveglia, un testo sacro in cui l’autrice ci dona un’eredità dal valore eterno, un lascito di inesauribile bellezza.

Il mondo mi sembrava sempre surreale dopo aver assistito a un trapasso. I sensi si acutizzavano e mi sembrava di vedere le cose da un’altra prospettiva”.

Un libro che narra anche il cammino impervio verso la serenità di un animo inquieto e infelice, l’intensa ricerca spirituale, la turbolenza emotiva di Bronnie, scatenata dalla sua sensibilità innata.

Con una voce narrativa gentile e luminosa, intrecciata a descrizioni pittoresche mai ridondanti, ci immerge nei suoi racconti, rendendoci testimoni della propria evoluzione spirituale, portandoci persino nei meandri più oscuri del suo processo di guarigione.

È un libro di tale incanto, a tratti fresco e vitale, a tratti straziante. Soprattutto in quei silenzi a volte strani, a volte serafici, immancabili ad ogni capitolo, nei quali Bronnie e paziente sanno che oramai è questione di giorni, se non di attimi, e tutto finirà.

Dolce, delicato e pieno di grazia, ma anche crudo, potente e doloroso.

Vi avviso, potreste piangere. L’autrice rompe le acque dell’anima e regala una rinascita a tutti noi. O meglio, una seconda possibilità di calarsi in profondità dentro di sé, e vivere fedeli al proprio cuore. Rispettando la propria vocazione. Allora e solo allora saremo in pace. Affrancati dall’ego.

Risvegliati dall’ipnosi della mente. È uno di quei libri che, dopo l’ultima pagina, lascia dentro un vuoto incolmabile e al tempo stesso un’impronta indelebile.

Arriva come una brezza gentile a soffiare via le illusioni e ricordarci, con dolceamara verità, che dovremo morire. Un monito a non sprecare questa vita, a non trainarla così meccanicamente, per non ritrovarci un indomani sul letto di morte soppraffatti dai rimpianti.

Perchè il punto di rottura spesso è quando la salute si deteriora e non è possibile tornare indietro.

E c’è chi si angustia per una cosa, chi per un’altra. È ora di smetterla di farsi carico delle opinioni fuorvianti, vivere sotto mentite spoglie per compiacere, o crucciarci per le cose piccole. È bene godersi il cammino. Tenersi stretti i veri amici. Ascoltarsi dentro, anche se talvolta è scomodo. Custodire la nostra primigenia purezza, anche se talora offuscata dalle pene più cupe, anziché limitarsi a salvare le apparenze. Per guardare poi indietro alla propria esistenza con un sorriso grato.

Meritiamo tutti una vita grandiosa ed eccitante. Disponiamo del libero arbitrio per vivere secondo il nostro cuore, dice l’autrice. Ed è vero. Dobbiamo proteggere la nostra scintilla vitale, prima che la malattia ci annunci “Il tempo è scaduto”, strappando via parti di noi per sempre, come il soffione nella copertina che disperde i suoi ciuffi nel vento. E ciò che amavamo fare, resti un lusso del passato. Quindi, prima di rammaricarci di cose di poco conto, pensiamo al buono che ancora rimane. Ripristiniamo le priorità. E magari “Non dare peso alle cose meschine. Non contano niente. Solo l’amore conta. Se ti ricorderai che l’amore è sempre presente, allora avrai una vita felice” come si raccomanda all’interno del libro.

A volte si tratta solo di cambiare prospettiva. Forse sarebbe utile spazzare via i detriti della mente, andare oltre l’orgoglio e innalzare lo sguardo al cielo aperto. Accogliendo tutto, perché no, anche il dolore. E lasciando andare, quando volere non sempre è potere.

Così il giorno in cui passeremo in rassegna la nostra vita, potremo esserne orgogliosi e non dolerci per le cose non fatte, o non dette, liberi di andar via da qui a cuor sereno.

Senza dover mai pronunciare le parole: “Vorrei averlo fatto”.

Alka


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